Liceo Statale “Alvise Cornaro”


Scientifico - Scienze Applicate - Linguistico
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Alvise Cornaro appartiene ad un ramo cadetto di una nobile famiglia veneziana, e questo peserà durante tutta la sua esistenza in quanto gli precluderà la possibilità di ricoprire incarichi pubblici al servizio della Serenissima. Alvise "fu posto ad imparare le lettere" fino all’età di quindici anni.
 
In questo periodo della giovinezza egli entra a far parte della Compagnia della Calza che raccoglieva giovani nobili e patrizi i quali si dilettavano recitando commedie. Intorno al 1504 egli si trasferisce a Padova per intraprendere gli studi universitari presso la facoltà di Giurisprudenza, dove rimane soltanto due anni. Non si laurea in legge in quanto le norme vigenti a Venezia sono diverse da quelle insegnate presso l’ateneo padovano. Esercita ugualmente la professione avvocatizia nella città natale grazie all’aiuto del "Barba Angelieri", suo maestro di vita, che ha un peso fondamentale nello sviluppo della personalità di Alvise. L’Angelieri, che abita a Padova, ricopre numerose cariche ecclesiastiche che gli permettono di avere sostanziose rendite e una notevole influenza nella vita padovana. Nel 1511 il "barba" muore lasciando al nipote una cospicua eredità, costituita dalla casa di via del Bersaglio (che diventerà la dimora del Cornaro ed una delle più belle case d’Italia) e dai possedimenti di Codevigo, in parte boschivi e in parte paludosi che stimoleranno in Cornaro l’interesse per le bonifiche. Nel 1517 sposa Veronica Agugia, dalla quale avrà una unica figlia, Chiara, nata probabilmente nel 1522. Da questo momento in poi la vita del Cornaro subisce un radicale mutamento.

 

Nel 1522 Cornaro ha circa 40 anni e la comparsa di alcuni problemi di salute (iniziano infatti disturbi di carattere intestinale ed epatico) lo induce ad elaborare un modello di vita regolato da un regime dietetico consono alla sua situazione fisica. E’ qui che nasce l’ideale di "vita sobria" che il Cornaro cercherà di diffondere attraverso la pubblicazione di quattro discorsi di fama europea. L’ elaborazione del modello di vita sobria propostaci da Cornaro non è una novità, alcune teorie simili furono già formulate da Ippocrate nel V sec. A.C. e successivamente da Galeno, e via via da altre correnti di pensiero medico-scientifico. L’innovazione costituita dai Discorsi di Cornaro sta nello stile con il quale viene costruita l’opera, che non vuole sembrare un trattato scientifico pedante ma piuttosto un elenco di consigli pratiche ne permettano l’immediata fruizione.

Vivendo secondo i dettami della "vita sobria" Cornaro afferma :"Pensate signore (…..) che sono più sano, et più che prospero et perciò con ragione conchiudo, che io non posso morire per cagione di male che mi possi venire ma ben per resolutione solamente causata da una lunghissima età ma non men di cento e più anni." (lettera al Commendatore di Cipro, 1551.) Nella filosofia di vita proposta dal nostro, la dieta (costituita da pane, panatella o brodetto con uovo, accompagnata da carne di vitello, capretto, pollo e da pesci come l’orata e il luccio) appare come l’aspetto fondamentale. Non si devono però dimenticare le altre attività complementari cui egli si dedica come ad esempio la lettura, le passeggiate, le cavalcate e perfino le battute di caccia. Come è intuibile i consigli di Cornaro sono diretti soltanto agli uomini di "bell’ingegno", per quanto riguarda poveri e mendici egli afferma :"né di questi non si debba pensare, perché sono pervenuti a questo per la loro dapocaggine e stanno meglio morti che vivi, perché abbruttano il mondo.

Le sue tesi non mancano di attirare dure critiche e ricordiamo in particolare quella mossa dallo Speroni (che fa parte della sua équipe intellettuale) il quale a una lettera a Cornaro afferma:"Certo io credo molte queste cose essere vere et son sicuro che non è mano la storpiata perché non può come mano operare, così non è vita la sobria ma mezza morte perché non opera quanto et come l’huomo dee operare, et credo che morir per risoluzione che V.M si gloria sia la peggiore guisa di morte che possa far l’huomo, perché è morir di fame (…..) ".

La "vita sobria" di cui Cornaro è assertore mirava come già affermato al raggiungimento dei cento anni, ma pur seguendone fedelmente i dettami egli si rende conto che non avrebbe raggiunto la sospirata meta. Decide così di aumentarsi progressivamente gli anni in modo da rendere credibile agli occhi del pubblico la veridicità delle sue tesi. Forse sole un ingenuo imbroglio, ma tanto importante per il nostro Alvise che mai avrebbe accettato di ammettere la sua sconfitta.


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